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Stress relief: davvero lo stress è una sofferenza?

Non ti faccio più amico – Episode 1


Come professionista delle “Risorse Umane” ma soprattutto come attore, per me le parole, il loro significato ed il loro peso sono uno dei cardini intorno a cui ruota la maggior parte del mio quotidiano.
In studio come in aula, su palco come in ufficio, ed ovviamente anche nelle mie relazioni non strettamente professionali.

Ho pensato per questo di iniziare a lasciare traccia del mio lavoro con le parole, anzi della mia ossessione per le parole ed il loro “peso”, in modo più continuativo… una sorta di archivio per mettere in ordine quello che per ora rimane nel mio studio fra me ed i miei clienti.

Ecco perché Episode 1, che manco Netflix.

La parola che più ho incontrato negli ultimi mesi soprattutto da amici e famigliari è sicuramente stress; declinata in mille e mille forme diverse, a volte timidamente protetta dalla sorella maggiore “stanchezza”, spesso rafforzata dal più diretto “Come mi sento? Cosa vuoi che ti dica… boh?”.

Una bella gatta da pelare, soprattutto perché non sono Superman (e nemmeno Wonder Woman) e la Pandemia che ci possiate credere o meno impatta fortemente anche noi professionisti della relazione d’aiuto.

“Essere imparati” ed avere accesso a strumenti potenti non sempre è garanzia di salvezza dai nefasti eventi umani e da un certo senso di inadeguatezza ed impotenza.


Parola d’ordine: asciugare

La mia ossessione per le parole e gli studi all’accademia di teatro mi hanno dato un grande aiuto. Alla fine è stato piuttosto semplice, non banale anzi…

La parola d’ordine in teatro è “asciugare”, cioè riportare le cose, e quindi le emozioni, al minimo indispensabile per essere effettivamente comprese prima di iniziare a lavorarle, per dare letteralmente vita al testo con le nostre parole ed il nostro corpo.

Un processo che possiamo applicare anche una volta scesi dal palcoscenico, non vi pare?

Parlare di stress in modo “asciutto” significa semplicemente riconoscergli innanzitutto un ruolo ed una funzione ben precisa nelle nostre vite prima di saltare a conclusioni affrettate e definirlo fin da subito un nemico da sconfiggere.

Per certi aspetti lo stress potrebbe rivelarsi un potente alleato, ovviamente da trattare con le dovute attenzioni per evitare che prenda lui le redini del nostro quotidiano ed alla fine ci travolga con la sua irruenza ed i suoi capricci.
In fondo, a casa mia comando io.

Ho scritto capricci di proposito perché lo stress si rapporta a noi ed alle nostre vite esattamente come fanno bambini e ragazzini capricciosi.
Essi non sono altro che personalità complesse, vive, ricche di energia e di voglia di farsi avanti nel mondo, ma che fanno fatica a trovare la loro strada, sprecando risorse potenti troppo presi dalla voglia di esserci e basta, voglia che prende il sopravvento in modo così forte da diventare l’unico obiettivo riconosciuto.


Il nostro rapporto con lo stress

E la voglia di esserci dello stress nelle nostre vite è talmente potente che in un modo o nell’altro ci ha accompagnato, in un certo qual modo, dal primo vagito fino ad esattamente adesso, mentre state leggendo queste righe.

Ce lo ricorda nel 1936 il medico austriaco naturalizzato canadese che parla di stress come di una “sindrome da adattamento aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta operata su di esso”.

Detto in termini più asciutti, definisce lo stress come la nostra reazione emotiva -e quindi anche fisica- a quello che succede intorno a noi, dando fra l’altro in un certo qual modo il via agli studi di psicologia comportamentale.

Questa “definizione” di stress ci apre letteralmente un mondo di possibilità di lettura ed interpretazione della tanto temuta domanda: “Allora! Come ti senti oggi?”, ma soprattutto davvero riporta noi stessi al centro del nostro universo di relazione ed interazione con il reale, con quello che è “fuori da noi”.

Eventi negativi; ricordi spiacevoli; difficoltà; incertezze; dubbi; preoccupazione per il futuro e nostalgia di rassicuranti momenti del passato sono cose che non potremo mai evitare, mai.

E non credo sia giusto e rispettoso prima di tutto per noi stessi lasciarci dominare da questi “momenti”.

Da nemici ad alleati: è possibile?

Noi non siamo le nostre tristezze, siamo anche le nostre tristezze ovvio, ma non siamo solo le nostre tristezze.
Noi siamo organismi viventi complessi, che trovano parte della loro realizzazione nel rapporto con il mondo fuori da noi, con cui scambiamo continuamente informazioni prima di tutto fisiche ed a cui assegniamo valore emotivo; un processo automatico, bellissimo, cui non possiamo sottrarci.

Se non possiamo eliminare questo aspetto della nostra esistenza, allora cosa possiamo fare?
La risposta potrebbe essere fin troppo semplice e financo banale: possiamo cambiare la direzione della nostra attenzione!

Anziché concentrare tutte le nostre energie sull’eliminare, cancellare, evitare, nascondere, dimenticare (ma chi dimentica veramente poi?) quello che non ci piace e che ci provoca stress possiamo provare a concentrare le nostre energie emotive sull’effetto che queste cose hanno su di noi, perché siamo noi che siamo responsabili di noi stessi, non il mondo.

In fondo lo stress ha una sua vita, noi la nostra. Spesso si incrociano, altre volte no; quando si incrociano il rischio è che lo stress cerchi di farla da padrone e di trascinarci nel suo vortice distruttivo fino a “perderci”.

E più ci si oppone con caparbietà ed ostinazione ad evitare di incrociarlo anche solo da lontano come facciamo con le persone che proprio non sopportiamo, più togliamo energia alla nostra capacità di “attraversare la strada a testa alta, senza abbassare lo sguardo”.


F***k the system: pronti?

Non si sta negando che lo stress possa davvero prendere il controllo delle nostre vite e portarci a condizioni di malessere decisamente serie e degne della massima attenzione e cura, ci mancherebbe pure, ma si sta cercando di “asciugare”, come detto prima, di portare alla luce quello che possiamo mettere in campo in modo autonomo e consapevole per evitare che questo accada.

Sicuramente questo può sembrare, anzi sembra ed anche al sottoscritto è successo, una di quelle soluzioni preconfezionate da guru del life coaching, scarsamente concrete e legate al nostro essere vivi, profondamente vivi, in un contesto fortemente perturbato, demanding e decisamente aggressivo.

Quante volte abbiamo avuto la tentazione di dire: “Eh… facile per te, ma per me non è applicabile, non posso farlo perché sai… il lavoro… il mutuo… le bollette… i prof a scuola che non capiscono… i miei vecchi che senza di me…” e via così per una sequela infinita di questioni e responsabilità sempre rivolte al di “fuori da noi”.

In realtà comprendere ed in un qualche modo accettare che lo stress, che a questo punto potremmo anche definire come quella sensazione sgradevole ed ansiogena di non essere in grado di soddisfare appieno tutte le richieste e le aspettative che il mondo riversa su di noi, fa parte del nostro quotidiano e non è una condizione patologica, è un primo passo importante, per tenere alla larga i suoi potenziali più deleteri.


Prima di cominciare: qualche indizio di attenzione

Non basta sicuramente un articolo per approfondire un argomento ed un tema così complesso, ma gli strumenti davvero semplici, alla portata di tutti, anche di quelli come molti di noi che si sentono impossibilitati a fare alcun che perché il lavoro, perché la famiglia, perché il governo, perché non sono stressato, perché… boh… sono un discreto numero, davvero.

Come una sorta di cassetta degli attrezzi pronta all’uso per recuperare e potenziare la nostra disciplina interiore e mettere a tacere i capricci del mondo, almeno fino alla prossima volta!

Prima di tutto iniziamo a riconoscere i capricci del mondo ed il suo desiderio forsennato di attenzione, poi ci occuperemo di noi e di come sedarli:

  1. Ti svegli più stanco di quando sei andato a letto?
  2. Ti capita di dare giudizi improvvisi e categorici per poi pentirtene poco dopo?
  3. Ti succede di non sentire una persona che ti chiama perché sei troppo immerso nei pensieri?
  4. Sei distratto da pensieri che nulla hanno a che fare con quello che stai facendo?
  5. Fai fatica a trovare le parole giuste per definire un concetto o per esprimere un’idea?
  6. Hai guardato il cellulare mentre stavi leggendo questo articolo?

L’elenco potrebbe continuare, ma per ora è sufficiente… se avete risposto sì a tutte le domande, o almeno al 75% delle domande, è probabile che siate davvero “multitasking”[1], forse troppo, e che il nostro amico, il Signor S., vi stia aspettando al varco all’altro lato della strada con sguardo torvo e di sfida.

Che fare? Per ora niente… davvero… non partite subito all’attacco, prima di tutto dobbiamo imparare due-tre cose fondamentali, che potrebbero pure sembrare l’acqua calda, ma che ci possono dare la misura di quanto in realtà potremmo anche vincere facile:

  1. Accettare che siamo noi a poter cambiare il nostro rapporto con lo stress quotidiano e non viceversa; lui non cambierà mai, è nella sua natura.
  2. Non è necessario andare troppo lontano per recuperare energie e risorse.
  3. Imparare di nuovo a respirare.

Ready? Steady? Go!
Un esercizio semplice: stare seduti e fermi per 2 minuti

Iniziamo subito con le prime due, in un prossimo articolo ci dedicheremo alla respirazione, argomento che merita un articolo tutto suo.

Provate a fare questo esercizio… pronti?

  • Cosa serve: carta e penna, un timer da cucina (va bene anche il timer del telefono).
  • Rimani seduto dove sei, prendi il telefono e preparati a far partire il timer: settalo su 2 minuti (più che sufficienti per il nostro piccolo esperimento), e se proprio senti di “non avere tempo, ma lo faccio lo stesso giusto perché sono arrivato fino a qui” va benissimo anche 1 minuto.
  • Pronto? Ok… adesso porta le spalle in avanti, molto in avanti e la testa china in avanti… non dico il mento appoggiato sullo sterno ma lasciala ciondolare per benino… dimenticavo, ovviamente schiena curva.
  • Fai partire il timer, mantieni la posizione e… basta.
  • Ok… tempo scaduto!
  • Passa ad una postura eretta con testa e collo e schiena bene in equilibrio.

Prendi carta e penna e rispondi a queste domande…

  • Come era il tuo umore mentre eri accasciato come una bambola rotta? Cosa ti passava per la testa?
  • Come è cambiato il tuo umore quando hai cambiato posizione?
  • Come ti senti alla fine?
  • Cosa è cambiato in te?

Obiettivo: riportare attenzione sullo stress

Rileggendo quello che hai scritto ti renderai conto di come il nostro flusso emotivo ed i nostri pensieri siano fortemente legati anche a come il nostro fisico ed il nostro corpo li affrontano o reagiscono. E siccome pare che sul nostro corpo noi si abbia più controllo che sui nostri pensieri…

Questo piccolo esercizio di consapevolezza, che riprende un ben più noto esperimento degli studiosi Strack, Martin e Stepper [2], in realtà tanto piccolo non è, ci insegna che un certo livello di controllo, di comprensione ed attenzione a quello che ci succede intorno è possibile.

È possibile quando facciamo la scelta di “fare attenzione”, di dilatare in un certo senso il tempo di attenzione che diamo non a quello che succede in sé e per sé, ma agli effetti che questo ha su di noi.
Anche perché “quello che succede”, adesso, è già parte di un processo attivo che non possiamo certo cambiare e tanto meno obbligare a non esistere (anche se noi abbiamo collaborato alla sua esistenza).

E se possiamo, anche minimamente, approfondire la conoscenza di noi stessi e del nostro personale, unico e meravigliosamente umano modo di reagire agli stimoli del mondo esterno, il primo passo verso un rapporto non distruttivo con lo stress quotidiano è sicuramente fatto. Un primo passo che abbiamo fatto noi e non lui.

Ovvio che un primo passo non è sufficiente e che il solo avere consapevolezza di un potere di autodeterminazione non significa averne il controllo.

Ma di questo parleremo in un prossimo articolo di NON TI FACCIO PIÙ AMICO – Episode 2. Stress relief: si parla tanto di equilibrio, ma equilibrio di cosa?

[1] Ma lo sapete che uno studio della Stanford University ha scoperto che il multitasking si rivela meno produttivo della scelta di fare una sola cosa alla volta? Ma di questo parleremo la prossima volta.

[2] Strack F., Martin L. e Stepper S. in “Inhibiting and Facilitating Conditions of Human Smile. A non-obtrusive test of the facial feedback hypothesis”. 1988 su Journal of Personality and Social Psychology.

Photography by © Massimo Chionetti – Tutti i diritti riservati.


Massimo Chionetti Autore presso La Mente Pensante Magazine
Massimo Chionetti
HR Trainer | Consultant | Attore
Bio | Articoli | Video Intervista
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