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Perché la vulnerabilità è la chiave della felicità

Cosa ci insegnano gli wholehearted


La grande costante della vita umana

Noi tutti, in quanto esseri umani, viviamo con un’unica grande costante nelle nostre vite: l’incertezza.
Questa variabile non si può infatti controllare totalmente, ma solo parzialmente attraverso le decisioni che prendiamo ogni giorno.

Mi spiego meglio. Se, ad esempio, volessimo ottenere un lavoro come medico, decideremmo di studiare medicina, non arte.
Questa scelta ci porterebbe sì più vicini al nostro sogno, ma non potrebbe tenere conto di tutte le variabili che la nostra incertezza porta con sé.

Ad esempio, medicina potrebbe non piacerci. Potremmo scoprire che invece amiamo l’arte. Oppure potremmo trovare l’amore e lasciare tutto per trasferirci in Nepal, e tantissime altre possibilità che non potranno mai essere definite a priori.

Questa idea si può applicare non solo a decisioni più pratiche (come nell’esempio dell’aspirante medico), ma anche ad ambiti di vita ancor meno soggetti al nostro controllo. Essi coinvolgono altre persone oltre a noi e tutte le scelte che potrebbero fare a loro volta, le quali andranno ad incastrarsi con le nostre. È il campo delle relazioni affettive.

Le connessioni con gli altri è ciò che dà significato alle nostre vite e a tutto ciò che facciamo.
Tuttavia, per creare delle connessioni autentiche, è necessario fare un passo fuori dalla nostra comfort zone e mostrarci agli altri nella nostra interezza: come si suol dire, con pregi e difetti, in tutta la nostra vulnerabilità.

Per creare delle relazioni ricche di significato ci è dunque richiesto di renderci vulnerabili agli altri e correre il rischio di andare incontro ad un rifiuto.
Allora perché, se esiste questo rischio così grande che ci colpirebbe in una parte intima, fragile e profonda di noi, renderci vulnerabili è la chiave per trovare la felicità?


Vergogna e paura: il velo che nasconde la vulnerabilità

Brené Brown, ricercatrice e professoressa all’Università di Houston, ha speso quasi 6 anni della sua carriera nel tentativo di definire cosa permettesse alle persone di sentirsi felici e cosa fosse (e implicasse) la vulnerabilità.

Inizialmente si focalizzò su due sentimenti molto noti a tutti noi: la vergogna e la paura.

La vergogna nelle relazioni affettive nasce nel momento in cui mostriamo una parte di noi agli altri. In questa fase delicata sentiamo che ciò che abbiamo non è sufficiente e non ci rende degni di avere delle relazioni con gli altri o essere accettati da loro.
In sintesi, ci vergogniamo di noi stessi.

Come conseguenza della vergogna, proviamo paura: paura di non riuscire ad essere visti dagli altri per quello che siamo e paura di perdere il legame con loro. Dunque, paura del rifiuto.

Nascosta sotto questi sentimenti, troviamo la nostra amica vulnerabilità. Ma come amica? Ci fa provare tutta questa insicurezza, timore, incertezza! Sì, amica.

Perché essere compresi, essere visti per quello che siamo davvero, essere parte di qualcosa, avere una relazione profonda e significativa, è possibile solo se ci rendiamo vulnerabili.

Solo se mostriamo tutte le parti di noi, sia quelle di cui andiamo fieri, sia quelle di cui non ne andiamo così tanto, ci permette di realizzare una relazione autentica in cui poter essere completamente noi stessi e amati per questo.


Chi sono gli wholehearted

Brené Brown, alla luce di questa scoperta, volle approfondire cosa distinguesse le persone che sostenevano di avere delle relazioni affettive felici da quelli che si sentivano più insicure in merito alle proprie connessioni interpersonali.

Si focalizzò solo sul primo gruppo e scoprì che queste persone, rispetto a quelle del gruppo con delle relazioni insicure, sentivano di avere un valore personale e di essere meritevoli (di amore, opportunità, rispetto, felicità…).

Queste persone credevano nell’amore e nel senso di appartenenza a una relazione affettivamente significativa. Erano inoltre caratterizzate da tre fattori principali: coraggio, compassione e connessione.

Le persone con relazioni felici avevano il coraggio di accettare di essere imperfette e darsi valore, nonostante, ma soprattutto per questo: ciò che le rendeva imperfette le rendeva anche uniche.

Inoltre, erano compassionevoli dimostrando gentilezza, comprensione ed empatia agli altri, ma anche a sé stessi.

Di fronte a situazioni emotivamente difficili, anziché rimuginare su cosa avrebbero potuto far meglio, si prendevano cura di sé stesse allo stesso modo in cui avrebbero aiutato un amico in un momento di difficoltà.

Infine, erano in grado di creare connessioni vere, lasciando andare l’idea di ciò che avrebbero dovuto essere, per abbracciare e mostrare all’altro chi erano davvero.

Questo gruppo venne chiamato “wholehearted” (letteralmente, “i cuori pieni”) poiché abbracciavano completamente la vulnerabilità che li distingueva (imperfezione, paura del creare connessioni per la possibilità di soffrire, vergogna per la propria mancanza di valore).
In questo modo vivevano pienamente le proprie relazioni, essendone felici e soddisfatti.


Cosa ci perdiamo rinunciando alla vulnerabilità

Ciò che può esserci di ispirazione, prendendo d’esempio gli wholehearted, è che ciò che li rende vulnerabili è anche ciò che li rende speciali e unici. Abbracciare la vulnerabilità è necessario, nonostante essa possa provocare in noi un senso di disagio.

Ad esempio, dire ti amo per primi alla persona che sentiamo di amare, cominciare un nuovo lavoro, trasferirsi in una nuova città, andare a convivere con il nostro partner.
Tutte queste situazioni possono provocare in noi un senso di paura e malessere per la possibilità che le cose non vadano come speriamo e possano farci soffrire profondamente.

Tendiamo quindi a cercare di anestetizzare la vulnerabilità che sentiamo in queste situazioni. Ad esempio, mangiando eccessivamente, bevendo troppo, assumendo farmaci che possano attenuare le emozioni che stiamo provando.

Tuttavia, le emozioni non possono essere anestetizzate selettivamente: se rinunciamo al “brutto” rinunciamo anche al “bello”. Rinunciando al dolore, rinunciamo anche alla gioia. Se rinunciamo all’ansia, rinunciamo anche alla trepidazione dell’attesa. E rinunciando alla delusione, rinunciamo anche alla soddisfazione.

Brené Brown scoprì dunque che se è vero che questo tipo di situazioni genera un senso di disagio, sono anche quelle in cui nascono emozioni come la gioia, l’amore, la creatività, la tenerezza, il senso di appartenenza…


Cosa possiamo imparare dagli wholehearted

Dagli wholehearted possiamo imparare che l’evitamento della vulnerabilità che proviamo di fronte a situazioni potenzialmente dolorose non è utile a renderci felici. Così come evitiamo la possibilità di soffrire, evitiamo anche la possibilità di essere felici.

Cosa ci insegnano gli wholehearted?

  • Possiamo permettere agli altri di vederci per quello che siamo veramente, senza provare vergogna per ciò che siamo o paura di un loro rifiuto;
  • Per amare davvero è necessario farlo con tutto il nostro cuore e non solo quel tanto che basta per evitarci un cuore spezzato se le cose andassero male;
  • Ci danno l’ispirazione per essere grati verso quello che abbiamo senza chiederci cosa dovremmo avere o cosa non dovremmo essere, accettando la realtà con gratitudine;
  • Per raggiungere la gioia dobbiamo abbracciare la nostra imperfezione e mettere tutto noi stessi nelle relazioni con gli altri e in ciò che facciamo;
  • Ci insegnano che siamo abbastanza. Siamo meritevoli di gioia e amore, e creature coraggiose che affrontano grandi rischi per vincere la cosa che rende la vita degna di essere vissuta: la felicità.

Come possiamo diventare wholehearted

Quello che possiamo portarci dentro dall’esperienza che gli wholehearted hanno di sé stessi e delle loro relazioni è un senso di apertura verso ciò che la vita ci propone.

Non è facile perché questo implica andare contro la nostra natura razionale, calcolatrice di tutti i rischi e le possibilità, in modo da prevedere il più accuratamente possibile ogni decisione e conseguenza.

Come dicevo all’inizio però, nulla è certo.

Per quanto possiamo impegnarci, non essendo la nostra vita controllata in laboratorio da degli scienziati che stanno attenti a tutte le variabili possibili, non potremo mai essere certi al 100% che una nostra scelta ci porterà dove vogliamo o dove non vogliamo.

Invece che lasciarci assorbire da liste su liste di pro e contro, lasciamoci piuttosto trasportare dalle fluidità della vita e dalle sue infinite possibilità, nonostante queste possano portarci ad un insuccesso (così come anche le decisioni più pensate e ragionate d’altro canto).

Vogliamo iscriverci a quel corso di fotografia che ci piace? Sì?! Facciamolo!
Siamo coscienti che potrebbe non piacerci, i compagni potrebbero non essere simpatici, potremmo non imparare nulla o non avere costanza.

Ma siamo anche coscienti che facendolo avremo sicuramente più possibilità di imparare, migliorarci, scoprire nuove tecniche e fare fotografie ancora più belle.

Abbracciare la vulnerabilità: un esercizio da fare ogni giorno

Apriamoci alla possibilità di riconoscere davvero il nostro valore e credere in esso.
Facciamo una lista di cose che apprezziamo di noi, sia caratteriali, che fisiche, che relative alle relazioni che abbiamo con gli altri. Teniamola con noi e rileggiamola tutte le volte che sentiremo il bisogno di una conferma in più.

Cerchiamo di essere grati per ciò che abbiamo anche quando le situazioni sembrano difficili. Ogni sera proviamo a trovare tre cose belle che ci hanno reso felici durante la giornata.

Ad esempio, aver visto l’alba mentre andavamo al lavoro invece di lamentarci per esserci svegliati presto.
Pensare che la nostra amica ci ha detto che ha voglia di vederci, invece che pensare che la persona che ci piace non ha ancora risposto ai nostri messaggi.
Aver bevuto un ottimo caffè leggendo un bel libro in nostra compagnia piuttosto che pensare di averlo bevuto soli perché siamo persone sole.

Rendiamoci aperti e vulnerabili per scoprire il vero valore di ciò che abbiamo: ecco la chiave della felicità.


Greta Micheli – Health Coach | Email | LinkedIn Firma Autori

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