
L’esperimento del piccolo Albert
La storia di uno degli esperimenti psicologici più tristemente noti
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Mi sono imbattuto nella storia del piccolo Albert durante il primo anno di università, mentre preparavo l’esame per la materia di “Psicologia dello sviluppo”. Tra le teorie delle più grandi menti che hanno contribuito allo sviluppo della psicologia, era presente quella del comportamentismo, del quale John B. Watson fu un accanito sostenitore, celebre è la sua frase:
Datemi una decina di bambini sani, robusti e un ambiente nel quale educarli e vi assicuro che potrei prenderne uno a caso e addestrarlo, facendolo diventare qualunque tipo di specialista io decida, medico, avvocato, artista, commerciante e, sì, anche mendicante e ladro. (Watson, 1913/1994).
Nei primi decenni del ‘900 il comportamentismo era ancora un approccio psicologico immaturo, spinto dalla forte convinzione di poter comprendere e plasmare gli individui intervenendo unicamente sull’associazione tra stimolo (eventi ambientali) e risposta (comportamento emesso). Al comportamentismo di Watson si deve sicuramente il grande merito di aver contribuito a rendere la psicologia una scienza sperimentale, basata su dati e misurazioni oggettive e quantificabili, in grado di dimostrare e mettere a confronto l’efficacia di interventi, terapie e protocolli (Coon & Mitterer, 2011).
In fondo alla pagina del libro era presente un piccolo riquadro colorato in cui veniva spiegato brevemente l’esperimento del piccolo Albert. Ricordo di essermi incuriosito così tanto da aver ricercato alcune informazioni in rete e, con grade stupore, scoprii la presenza di alcuni spezzoni delle riprese originali. Nel video si vedeva un neonato a cui venivano avvicinati diversi oggetti ed animali che sembravano suscitare in lui curiosità e interesse, ma dopo la fase di condizionamento, la sola vista degli animali causava un forte pianto nel piccolo che cercava di allontanarsi in tutti i modi. Vedere quelle scene faceva salire in me una certa angoscia, era davvero necessario arrecare quella sofferenza solo per dimostrare una teoria?
L’esperimento
Verso la fine del 1919 e l’inizio del 1920 John B. Watson e Rosalie Rayner condussero uno studio sperimentale per verificare se il condizionamento emotivo potesse estendersi anche agli esseri umani. In particolare, gli sperimentatori volevano comprendere se un neonato potesse essere condizionato a temere un animale che appariva simultaneamente ad un suono forte che provocava paura, se tale paura si potesse trasferire ad altri animali o oggetti ed eventualmente quanto a lungo sarebbe persistita (Watson & Rayner, 1920).
Così fu scelto un bambino di 9 mesi, di nome Albert B., descritto come “sano, posato e non emotivo” (Harris, 1979). Dopo una fase di valutazione delle risposte comportamentali in presenza di diversi animali ed oggetti, al piccolo fu presentato un ratto con il quale inizialmente interagiva tranquillamente. Successivamente, nella fase di condizionamento, ogni volta che Albert toccava l’animale, veniva prodotto un forte suono metallico alle sue spalle che lo faceva sobbalzare. Dopo sette accoppiamenti ratto-suono metallico, Albert reagiva con evitamento e pianto semplicemente alla vista dell’animale.
Per testare se questa risposta si estendesse anche ad altri stimoli, cinque giorni dopo vennero presentati al bambino anche un coniglio, un cane, una pelliccia ed una maschera di Babbo Natale con la barba (tutti elementi pelosi che ricordavano il ratto), stessa reazione di paura. Dopo altri cinque giorni Watson rifece la procedura di condizionamento al ratto (due prove in totale) e tentò di condizionare Albert anche direttamente al coniglio e al cane, ottenendo però solo una leggera reazione di paura da parte del bambino.
Dopo trentuno giorni furono condotte alcune sessioni per verificare la persistenza della paura e Albert mostrò forti reazioni avverse in presenza del ratto, della maschera di Babbo Natale e del cane ed un comportamento ambivalente (avvicinamento e paura) nei confronti della pelliccia e del coniglio. Dopo questi test finali, la madre di Albert lo portò via dall’ospedale dove questi esperimenti venivano condotti e l’esperimento terminò.
Sebbene fosse presente un certo grado di confusione e distorsione dell’esperimento a causa di omissioni, versioni modificate e resoconti resi forzatamente coerenti con la teoria del comportamentismo, il caso del piccolo Albert fu utilizzato per dimostrare che i principi del condizionamento pavloviano si potevano applicare anche agli esseri umani (Crawford, 2015). La presenza di risposte ambivalenti, il numero limitato di soggetti (per fortuna) e la mancanza di follow up, rendono i risultati di questo esperimento inutilizzabili a livello scientifico. La reale identità e la condizione di salute del bambino restano tutt’ora un mistero, si trattava probabilmente di Douglas Merritte (Beck, Levinson & Irons, 2009) o di Albert Barger (Powell et al., 2014), non si ha alcuna informazione sulla sua vita dopo l’esperimento e non è possibile valutare l’impatto che questa esperienza ha avuto sul suo sviluppo. Nonostante tutte le limitazioni metodologiche, questo esperimento ha un enorme valore nel campo dell’etica, sono infatti numerose le criticità e gli spunti di riflessione che se ne possono trarre.
Problemi etici dell’esperimento
Un primo punto cruciale, fondamentale per poter svolgere ogni trattamento psicologico odierno, è stato la mancanza di consenso informato. Sembrerebbe infatti che la madre del piccolo Albert fosse all’oscuro delle reali finalità dello studio e non ricevette alcuna informazione sui possibili rischi dell’esperimento.
Un secondo punto riguarda la mancanza di tutela per il benessere del soggetto. Affinché l’ipotesi dello studio fosse confermata, lo sperimentatore doveva innanzitutto trovare il modo di indurre una forte reazione di paura nel bambino. Indipendentemente dalle modalità, dunque, la riuscita dell’esperimento dipendeva dalla sofferenza emotiva del piccolo. Una volta appurato che il piccolo Albert temeva il suono dei tuoni, Watson escogitò di replicare quel forte rumore colpendo una lastra metallica con un martello, per rendere lo stimolo ancora più imprevedibile, il ricercatore si posizionò alle spalle del bambino, colpendo la lastra ogni volta che veniva toccato il ratto. La procedura di condizionamento fu ripetuta almeno sette volte, con ulteriori tentativi effettuati con altri animali.
Un punto collegato al precedente riguarda il totale disinteresse da parte dei ricercatori per eventuali danni psicologici a lungo termine. Una volta effettuati i condizionamenti e i test a distanza di un mese, non ci fu alcun intervento volto a ridurre le reazioni di paura che quelle procedure avevano provocato nel piccolo, non solo verso i ratti ma anche verso altri oggetti e animali pelosi.
Un’altra criticità riguarda gli animali impiegati nell’esperimento, spesso “lanciati” addosso al bambino o trascinati con forza ed obbligati a rimanere nel punto designato per valutare la reazione che provocavano.
Implicazioni e sviluppi
È passato più di un secolo da questo esperimento e numerose azioni sono state intraprese per evitare che studi del genere vengano replicati: dal codice di Norimberga, alla dichiarazione di Helsinki, ai codici etici internazionali e nazionali guidati dal principio di “non nuocere” e dalla tutela del benessere degli individui (Shuster,1997). All’epoca, i professionisti della salute non disponevano di un codice etico, nessuna guida che potesse indirizzare il loro operato verso condotte più “sane” ma ciò non può rappresentare una giustificazione, non ci fu alcuna denuncia da parte della comunità scientifica di allora e addirittura alcuni ricercatori tentarono di replicare l’esperimento con altri bambini (Bregman, 1934).
Storie come quelle del piccolo Albert, devono fungere da monito, prova di come l’interpretazione degli eventi e la percezione dell’impatto che questi possono avere sulle persone sia indissolubilmente legata al contesto storico e culturale di riferimento (Crawford, 2015). I principi etici si inseriscono all’interno di uno spazio e un tempo che sono in continua evoluzione e all’emergere di nuove conoscenze e tecnologie devono essere rivisti ed aggiornati, per evitare che pratiche dannose per gli esseri viventi possano essere attuate nuovamente. È necessario portare avanti ed alimentare continuamente il dialogo e la riflessione sulle questioni etiche, porsi continuamente degli interrogativi, soprattutto in una società iperconnessa e attraversata da continue rivoluzioni tecnologiche come la nostra.
Bibliografia
– Beck, H. P., Levinson, S., & Irons, G. (2009). Finding little Albert: A journey to John B. Watson’s infant laboratory. American Psychologist, 64(7), 605-614. doi: 10.1037/a0017234
– Bregman, E. O. An attempt to modify the emotional attitudes of infants by the conditioned response tech-nique. Journal of Genetic Psychology, 1934, 45, 169*-198
– Coon, D., & Mitterer, J. O. (2011). Psicologia Generale. eds F. Giusberti, PE Ricci Bitti, L. Bonfiglioli, and E. Gambetti, Torino: UTET Università, 12-13
– Crawford, C. (2015). Little Albert: Ethics and Pragmatics. IU South Bend Undergraduate Research Journal, 15, 211-211
– Harris, B. (1979). Whatever happened to little Albert?. American psychologist, 34(2), 151
– Powell, R. A., Digdon, N., Harris, B., & Smithson, C. (2014). Correcting the record on Watson, Rayner, and Little Albert: Albert Barger as “Psychology’s lost boy”. American Psychologist, 69(6), 600-611. doi:10.1037/a0036854
– Shuster, E. (1997). Fifty years later: the significance of the Nuremberg Code. New England Journal of Medicine, 337(20), 1436-1440
– Watson, J. B., & Rayner, R. Conditioned emotional re-actions. Journal of Experimental Psychology, 1920, 3, 1-14. 1920
– Watson, J.B. (1913/1994). Psychology as the behaviorist views it. Psychological Review, 101(2), 248-253

Dott. Pietro Ciacco
Psicologo
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