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La compiacenza come stile di vita: essere uno “Yes Man”

L’ordine “Compiaci” nell’Analisi Transazionale


Alcune persone hanno la tendenza ad accondiscendere, a dire sempre “sì”, ad adattarsi alle richieste degli altri, non riuscendo a mostrarsi realmente per come sono.

Non riescono ad essere autentiche e spontanee esprimendo i loro pensieri, le loro opinioni e le loro emozioni.

Si creano una facciata, una maschera sociale, un “falso sé”.

Forse qualcuno ricorda il famoso film intitolato “Yes Man” del 2008 diretto dal regista Peyton Reed e interpretato dall’attore protagonista Jim Carrey.

In questo film viene messo in evidenza come dire di sì alle richieste degli altri può portarci ad un’apertura nei confronti del mondo e di ciò che ci si prospetta nel qui-ed-ora, ma, allo stesso tempo, può renderci poco affidabili e autentici agli occhi degli altri: se acconsentiamo a qualsiasi richiesta, l’altro come può capire cosa realmente vogliamo e cosa no? Come può capire cosa pensiamo, qual è la nostra opinione, quali sono i nostri desideri? Come può arrivare a conoscerci veramente per quello che siamo?


Che cosa si nasconde sotto ad un comportamento compiacente?

Le persone che hanno la tendenza alla compiacenza, secondo l’Analisi Transazionale fondata da Eric Berne, hanno sotteso l’ordine “Compiaci”.

Ma che cos’è un ordine?

Gli ordini sono dei comandi interiori che diamo a noi stessi, che ci guidano e ci spingono a comportarci in un determinato modo e che derivano dall’interiorizzazione di messaggi trasmessi dalle figure genitoriali.

Si definisce ordine (Berne, 1971) o spinta (Kahler, 1975), o ancora processo di sopravvivenza (Capers e Goodman, 1983) un messaggio inviato al figlio dai genitori con l’utilizzo del canale verbale ed esplicito e fornendo un modello con il proprio comportamento.

Se non corrispondiamo a questo ordine, non otteniamo i riconoscimenti e la vicinanza affettiva delle figure di riferimento, ma al contrario andiamo incontro a punizioni e critiche.

Lo studioso Taibi Kahler ha identificato cinque spinte (Compiaci, Sforzati, Sii perfetto, Sii forte, Sbrigati), ma ogni persona è guidata da una spinta preferenziale.

Si tratta di meccanismi di difesa per tenere sotto controllo emozioni dolorose (Cornell et al., 2018).

Con la spinta “Compiaci” – che è quella che prenderemo in considerazione in questo articolo e che prevede il dire sempre di sì per evitare critiche e rifiuto da parte degli altri – potrebbe essere tenuta sotto controllo, ad esempio, la credenza di non essere importante, di non avere valore.

Se la spinta viene meno emerge l’emozione dolorosa associata alla convinzione di non valere, che solitamente è il senso di inadeguatezza.

Le spinte sono pertanto un modo per non sentire il dolore legato a messaggi, talvolta inconsapevoli, che ci rivolgiamo nel nostro dialogo interiore.

Tuttavia, gli ordini rappresentano un “palliativo” che ci solleva solo temporaneamente dalle emozioni dolorose sottese.

Se siamo spinti dal “Compiaci” non riusciremo a soddisfare sempre gli altri e, prima o poi, ci ritroveremo di nuovo a percepirci come senza valore e inadeguati.


Compiacenza: il comportamento da “Yes Man”

Quando una persona presenta l’ordine “Compiaci” ha imparato in famiglia che se esprime il suo parere o quello che prova, verrà allontanato/abbandonato; nel suo dialogo interiore si dice: “Io vado bene, se… compiaccio gli altri”.

L’ordine “compiaci” viene spesso rivolto al bambino quando gli si chiede di assecondare, mettere a proprio agio, far piacere agli altri, cioè considerare le loro esigenze prima delle proprie.

Questo ordine entrerà a far parte del copione, del programma di vita dell’individuo, cosicché il futuro adulto si sentirà accettato ed adeguato solo quando si subordinerà sistematicamente alle esigenze altrui.

Nel campo comunicativo ciò porta ad una situazione di tendenziale passività-subordinazione, nella quale chi comunica è ossessionato dalla paura di dire qualcosa di sgradevole, si astiene sistematicamente da ogni critica od osservazione sul punto di vista altrui, è terrorizzato dall’idea di dire cose che disturbino gli altri.

Una persona così condizionata eluderà a tutti i costi i conflitti, cercando di evitare il più possibile le comunicazioni nelle quali rischia di entrare in contrasto con gli altri (Dei Cas, 2022).

È molto abile nel comprendere ed intuire le aspettative altrui per adattarvisi.

In situazioni in cui il livello di stress è accettabile, l’ordine “Compiaci” può essere un punto di forza, in quanto favorisce un buon clima di gruppo e delle buone relazioni interpersonali, rende socievoli, empatici, intuitivi, flessibili, tolleranti, ma quando il livello di stress è alto, la spinta automatica e “irresistibile” a compiacere diventa eccessiva e incongruente al contesto e alla situazione.

A volte le persone che seguono tale ordine sono talmente protese a dire sempre di sì, che non sanno più cosa vogliono e cosa pensano: non sono a contatto con i propri bisogni e desideri.

Hanno pertanto difficoltà a prendere decisioni, evitano di prendere l’iniziativa e cercano di capire cosa vogliono gli altri, così da conformarsi.

Solitamente cercano qualcuno che indichi loro cosa fare, perché non sanno in che direzione andare (Ielpo, 2020).

Ricercano continue conferme e si mettono a disposizione degli altri; chiedono continuamente il permesso per qualsiasi cosa (Erba, 2022).

Questo determina un’incapacità di esprimere le proprie idee, di esprimere la propria creatività e di fare ciò che piace (Cesarini, 2010).

Kahler e Capers (1974) hanno identificato anche sensazioni interne e comportamenti tipici delle persone che obbediscono all’ordine “Compiaci”.

In particolare, lo stomaco chiuso è una delle sensazioni che le caratterizzano, oltre alla percezione di non essere abbastanza buoni.

Utilizzano parole come Tu sai, Potresti, Puoi, Per cortesia; hanno un tono di voce acuto e lamentoso, tendono a tenere le mani aperte e tese, ad avere un atteggiamento corporeo con le spalle in avanti e la tendenza a chinarsi verso l’altro, facendo cenni di assenso col capo; l’espressione del viso è caratterizzata da sopracciglia alzate e hanno la tendenza a distogliere lo sguardo.

Si sentono ok se capiscono di piacere agli altri, per cui hanno bisogno di riconoscimenti continui.


Io ti compiaccio, tu mi compiaci

Un’altra sfumatura importante da considerare è che l’individuo che è sotto l’ordine “Compiaci” si aspetta a sua volta di essere compiaciuto (Capers e Goodman, 1983).

Ha appreso a fare ciò che agli altri fa piacere per assicurarsene l’approvazione. Ha imparato a dire “sì” anche quando in realtà avrebbe voluto dire “no”, ad indossare una maschera affabile ed un falso sorriso.

Lo stesso si aspetta dagli altri. Finché compiace e viene compiaciuto, si sente apparentemente sereno nelle relazioni, ma tale serenità è solo apparente ed instabile.

Basta poco per far crollare tutto.

La tendenza può essere quella di trovare persone che chiedono a loro volta di essere compiaciute e che chiudono il rapporto qualora avvertano che non lo sono. Le relazioni delle persone compiacenti, pertanto, facilmente si rompono, perché basta un conflitto a farle allontanare e a farsi abbandonare.


Come liberarsi dalla compiacenza?

Per uscire dall’ordine “Compiaci”, bisogna passare dal Compiaci (fallo per me) al permesso “tu sei importante, fallo per te”, attraverso i seguenti passaggi:

  • prendere consapevolezza dell’ordine “Compiaci”, imparando a riconoscere quando ci comportiamo sotto la spinta di questo messaggio interiore;
  • prendere consapevolezza di dove e quando lo abbiamo imparato;
  • prendere consapevolezza di quale motivazione lo sottende;
  • decidere di uscirne, imparando a darsi Permessi.

In questo caso i permessi che la persona ha bisogno di imparare a darsi sono:

  • Va bene far piacere a me stesso;
  • Va bene che gli altri facciano piacere a loro stessi;
  • Va bene rispettare se stessi e gli altri;
  • Va bene volere ciò che voglio;

per arrivare infine a darsi il permesso:Va bene chiedere agli altri ciò che voglio.

Questo significa imparare a fare contatto con i propri bisogni e desideri per soddisfarli, fare contatto con le proprie idee e con le proprie emozioni e darsi il permesso di esprimerli e di esprimersi, di permettersi di fare ciò che realmente ci piace; significa imparare a togliere la maschera del sorriso falso per diventare spontanei e autentici, tenere conto di sé e mettere se stessi ed i propri bisogni al pari di quelli degli atri, non dopo.

Ciò implica l’imparare a chiedere, a rendersi visibili, per evitare il dispiacere di non sentirsi considerati a meno che non ci si faccia in quattro per gli altri (Sgambati, 2022).

Infine, l’obiettivo principale da raggiungere è imparare ad apprezzare se stessi e a darsi riconoscimenti, senza aver bisogno di chiederli continuamente agli altri.


Bibliografia

Berne, E. (1971). Analisi transazionale e psicoterapia. Roma: Astrolabio.
Capers, H. e Goodman, L. (1983). The survival process: clarifications of the Miniscript”, T.A.J., XIII, 3, pp.142-148.
Cesarini, S. (2010). Conoscere per comunicare: un’esperienza di osservazione attraverso le spinte, Rivista Italiana di Analisi Transazionale e Metodologie Psicoterapeutiche, XXX, 22 (59), 71-84.
Cornell W.F., De Graaf A., Newton T., Thunnissen M. (2018). Dentro l’AT. Fondamenti e sviluppi dell’Analisi Transazionale. Roma: Las.
Dei Cas, M. (2022). L’Analisi Transazionale (consultato il 23/11/2022).
Erba, M. (2022). Le spinte (consultato il 13/12/2022).
Ielpo, P. (2020). Le Spinte: gli ordini nella nostra testa.
Kahler, T. (1975). Drivers: the key to the process of scripts, T.A.J., VII, 5, 3, pp. 280-284.
Kahler, T. e Capers, H. (1974). The Miniscript, T.A.J., IV, 1, pp. 26-42.
Sgambati, M. (2022). Analisi transazionale – Le spinte del genitore interiore (consultato il 15/11/2022).


Dott.ssa Claudia Cioffi Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Claudia Cioffi
Psicologa e Psicoterapeuta Analitico Transazionale
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