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La crudeltà umana

Fenomenologia della crudeltà


Ci si chiede spesso come facciano alcune persone a non capire il male che fanno all’altro.

Ci interroghiamo su come sia possibile che l’uomo riesca a compiere atrocità su un altro uomo, fino a diventare disumano.

Perché il mondo si odia? Perché non è possibile andare tutti d’accordo? Dov’è l’empatia nel momento in cui si compie un atto così tremendo da poter essere chiamato “crudele“?

Chi ha letto il mio precedente articolo sul costrutto dell’empatia, può essersi domandato: ma se l’empatia è una base che hanno tutti, tutte le volte che sentiamo che qualcuno non è in grado di empatizzare con l’altro, è corretto o no?

È dunque vero che i narcisisti, i borderline e gli psicopatici non provano empatia nei confronti del mondo?

In parte sì, questi soggetti hanno problemi nel riconoscere e rispondere adeguatamente all’emotività dell’altro, ma se concepiamo l’empatia come uno strumento per conoscere la realtà circostante, allora possiamo dire che un livello seppur minimo di empatia, lo devono avere tutti.

Come tutti sperimentiamo momenti o periodi di vita in cui non siamo sintonizzati sull’altro, perché preoccupati per qualcosa e quindi siamo concentrati di più su noi stessi.

Come quando attraversiamo un periodo un po’ più buio, un po’ più triste e le nostre energie psichiche si concentrano sul proprio malessere, e gli altri non li vediamo, perché non riusciamo a vedere nemmeno noi stessi.

Oppure può essere un momento anche nel quotidiano, ad esempio quando stiamo camminando per strada verso una destinazione e non prestiamo reale attenzione ai barboni che affianchiamo per strada.

Questi piccoli esempi servono a capire che tutti noi attraversiamo periodi o momenti meno empatici, ma questo non fa di noi delle cattive persone.

Ma cosa ci permette di disconnetterci dalla sofferenza e dai bisogni altrui? Cosa accade quando perdiamo la capacità di riuscire a vedere l’altro?


Esempi di crudeltà umana

Partiamo con un esempio di “empatia crudele” raccontato da Baron-Cohen nel suo libro “La scienza del male” e ripreso da Anna Donise nel suo libro “Critica della ragione empatica“, basato sulla biografia di Thomas Buergenthal (2009), che a soli nove anni è stato deportato nel campo di concentramento di Auschwitz.

Il piccolo Thomas aveva assistito ad atti di disumanità estrema, in particolare racconta di questo episodio in cui un altro internato era stato costretto ad uccidere un suo amico dopo che aveva cercato di scappare.

“La guardia SS aveva ordinato al detenuto di mettere un cappio intorno al collo dell’amico. L’uomo non riusciva a eseguire l’ordine per quanto gli tremassero le mani per la paura e l’angoscia. L’amico si girò verso di lui, prese il cappio e in un atto straordinario, baciò la mano del suo amico per poi mettersi il cappio intorno al collo. Con rabbia, il soldato SS diede un calcio alla sedia che reggeva l’uomo che doveva essere impiccato.”

Questo atto di autentica crudeltà umana viene ulteriormente commentata da Baron-Cohen, quando dice che se l’obiettivo fosse stato quello di punire o di dare l’esempio, sarebbe bastato che la guardia gli sparasse.

Presumibilmente – aggiunge l’autore – aveva scelto quella particolare punizione perché voleva che i due amici soffrissero.

Ma questo gesto è davvero privo del tutto di empatia? Se lo analizziamo bene, una sottoforma di empatia vi è per forza.

Come commenta anche Anna Donise, una persona che è incapace di provare empatia non sarebbe stata capace di ideare una forma così articolata di crudeltà e questo presuppone non solo la capacità di sentire le emozioni che provoca nell’altro, ma anche una sviluppata teoria della mente che gli consente di immaginare che il dolore e la sofferenza di obbligare un uomo di uccidere un suo amico, aumenterà la drammaticità di tale punizione.

Per cui, secondo l’autrice, il soldato non è che non empatizza con il detenuto, ma non simpatizza con egli.

Non prova compassione per la sofferenza a cui lo sta esponendo.

Un altro tratto da analizzare è quello della rabbia, perché la guardia calcia con rabbia quella sedia per far morire quell’uomo, dopo aver visto quel gesto di amore poco prima?

Come se lo avesse infastidito, come se per i suoi occhi e per la sua morale fosse qualcosa di inaccettabile.

Gli psicopatici, per esempio, non sopportano vedere manifestazioni di affetto o qualsiasi tipo di dimostrazione emotiva, se non quella dell’odio e della rabbia, perché sono le poche emozioni che gli è dato conoscere, per cui se il soldato fosse stato uno psicopatico questo gesto lo avrebbe ritenuto da deboli, femminucce e no da uomini virili.

La verità, però, è che spesso la rabbia davanti a queste emozioni vi è perché a loro non sono mai state concesse, o per via di un’amigdala ridotta (una struttura anatomica del cervello deputata al riconoscimento delle emozioni come paura, vergogna, ecc).

Su questo argomento, tuttavia, ci soffermeremo in un secondo momento.

Se non fosse stato psicopatico, rimane invariata la questione che davanti a quel gesto d’amore si sia attivato nella guardia, una sorta di rifiuto per quei sentimenti che per egli rimangono sempre banditi dalla sua sfera emotiva.


Il caso di Mirindi

Un altro esempio di estrema crudeltà umana, riportato da Baron-Cohen, accade in Congo, nel villaggio di Ninja nella regione di Walungu, quando nel 1994, i ribelli attaccarono.

Mirindi Euprazi racconta la sua storia: “Hanno costretto mio figlio a fare sesso con me e quando ebbe finito, lo hanno ucciso. Poi mi hanno violentata davanti a mio marito e poi hanno ucciso anche lui. Poi hanno portato via le mie tre figlie” (Taylor, 2009). Da allora non ha più avuto notizie delle ragazze.

Racconta di essere stata lasciata nuda mentre la sua casa veniva bruciata.

Baron-Cohen si domanda a questo punto quello che tutti noi ci stiamo domandando, dopo aver letto questa storia di terrore: com’è possibile che i soldati ribelli abbiano perso di vista il fatto che quella donna era una persona né più né meno delle loro madri?

Come hanno potuto trattarla come un oggetto? In che modo hanno potuto costringere un ragazzo adolescente a fare sesso con la madre, ignorando i suoi sentimenti?

In questo esempi è possibile notare che la crudeltà umana si basa su una sorta di empatia crudele, in cui il soggetto crudele infligge la sua pena sulla base della sofferenza che provocherà; quindi, vi è un riconoscimento delle emozioni altrui, agendo così nella consapevolezza che quello che metterà in atto, porterà a dolore certo.

Come spiega, infatti, Scheler (1923/2010) ci sono alcuni soggetti, i quali definisce “brutali“, che pur avendo la capacità di sentire e comprendere l’altro, scelgono di non prendere in considerazione i vissuti altrui, e lo fanno in maniera sistematica.

Per Scheler, dunque, esistono tre tipi di persone:

  • l’insensibile, il quale non sente il vissuto altrui;
  • il brutale, il quale sente ma è disinteressato;
  • il crudele, il quale sente e prova piacere per la sofferenza dell’altro.

Esempi di quotidiana crudeltà: l’Effetto Lucifero

Finora abbiamo visto degli esempi di crudeltà umana in situazioni di guerra, dove i comportamenti disumani hanno quasi un senso, se vogliamo.

Sono contesti da cui ci vediamo lontani, da cui prendiamo le distanze dicendoci che non lo faremmo mai, alcuni addirittura sentiranno il bisogno di proteggere queste persone da questi eventi così traumatici, ci sentiamo inorriditi e, soprattutto, impotenti.

Ma davvero siamo così distanti da questa crudeltà, insensibilità, brutalità?

Andiamo a vedere degli esempi in cui persone che si reputano buone, empatiche e attente all’altro, esattamente come tutti noi, si sono trasformate, in poco tempo, in carnefici senza rimorso, solo perché messi in una condizione in cui non venivano giudicate e, semplicemente, potevano mostrare quella parte di loro.


Il caso di Stanford

L’esperimento del sociologo Philip Zimbardo ha luogo negli anni Settanta del Novecento, all’interno del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Stanford.

Vennero scelti ventiquattro ragazzi tranquilli, senza precedenti penali e mentalmente stabili, presi dopo una valutazione psicologica di un’ora e un colloquio approfondito.

Questi soggetti, i quali dovevano simulare una situazione carceraria, vennero poi divisi a sorteggio tra guardie e detenuti.

In poco tempo, dopo appena tre giorni, le guardie andarono ben oltre l’interpretazione del ruolo e iniziarono ad avere veri e propri comportamenti da guardie carcerarie: costrinsero i detenuti (ragazzi come loro) a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di svuotare, a pulire i bagni a mani nude, a punizioni esemplari a chiunque cercasse di ribellarsi, facendo sì che il gruppo dei detenuti si disunisse e ubbidisse, senza mai opporsi.

In appena cinque giorni, i prigionieri mostrarono segni di cedimento psicologico ed emotivo, mentre le guardie continuavano a perpetrare comportamenti sadici e vessatori, a tal punto da costringere i ricercatori a mettere fine all’esperimento, molto prima del tempo previsto.

Quello che lo stesso Zimbardo si chiese è come fosse possibile che in soli cinque giorni, dei ragazzi che erano perfettamente informati del fatto che si trattasse di un esperimento e che quelli che interpretavano i detenuti erano ragazzi come loro, della loro università, erano stati capaci di mettere in atto tali umiliazioni.


Il caso di Marina Abramović

Nel 1974, la nota artista serba sconvolse il pubblico con il suo esperimento “Rhytm Ø“, nel quale usò il suo corpo come oggetto per sei ore, disponendo settantadue strumenti, tra cui inoffensivi, come piume e fiori e altri più pericolosi come lamette, catene, coltelli e pistole.

Deresponsabilizzò il pubblico dicendo che qualsiasi cosa le venisse fatto in quelle ore, se ne prendeva la piena responsabilità. Inizialmente, le persone si limitarono a farle il solletico, a sfiorarla con alcuni degli oggetti, ma poco dopo cominciarono a bagnarle il corpo, a tagliarla con le lamette, a succhiarle il sangue, arrivarono a metterle una pistola tra le mani, a strapparle i vestiti da dosso, arrivarono a compiere veri e propri abusi su di lei.


L’effetto Lucifero

Potrei riportare ancora esempi su come persone equilibrate, quanto tutti noi, se messe in situazioni in cui sentono giustificate le loro azioni, possono arrivare ad essere crudeli con un loro simile.

Secondo Zimbardo questo effetto, chiamato da lui “Effetto Lucifero“, è possibile poiché alla base vi è una de-individuazione, per cui l’individuo dimentica i propri valori, la propria morale e i propri usi, per finire ad impersonificare un altro tipo di persona, lontana dal proprio modo di essere.

Ma com’è possibile che si arrivi ad essere crudeli con un proprio simile?


Crudeltà: Trasformare le persone in oggetti

Come abbiamo detto prima, capita spesso a tutti noi di diventare persone non empatiche e insensibili.

Questo accade perché quando la nostra attenzione è puntata solo su noi stessi, gli altri perdono il loro valore di esseri umani. In altre parole, per riuscire ad essere cattivi o crudeli con un’altra persona, disumanizziamo l’altro, lo trasformiamo in un oggetto, in questo modo chi abbiamo davanti diviene privo di emozioni e di sentimenti, l’empatia si assenta e il gioco è fatto: quella persona è diventata un oggetto su cui sfogare rabbia, frustrazione, invidia, tutta quella sfera di emozioni che quotidianamente mettiamo al bando per convivere con le regole sociali, le quali ci consentono di vivere in pace con l’altro.

Quello che si evidenzia in questi esempi, che siano militari che stanno eseguendo un ordine o persone comuni messe in situazioni particolari come sopra descritte, è che vi è una cosa in comune: la deresponsabilizzazione delle loro azioni.

Tutti sono giustificati da qualcosa che si trova più in alto di loro, che si tratti di militari in una guerra in cui l’atrocità è normalità, o di persone, come tutti noi, che se messe davanti alla libertà di poter sfogare la loro cattiveria, allora lo faranno, senza remore né rancore.

La triste realtà è che in tutti noi c’è un Lucifero pronto ad uscire, se messo nelle condizioni di farlo.

Per spiegare il motivo di tale distruttività insita nell’uomo, dovremmo parlare delle teorie freudiane, bioniane, piagentiane, e non solo, nelle quali si spiega che il mancato contenimento, da parte della figura genitoriale, della distruttività e dell’egocentrismo infantile insite nel bambino, porta ad una distruttività diffusa nell’individuo adulto.

Nonostante questo, non significa che tutti siamo cattive persone.

Tuttavia, se fossimo messi nella condizione ideale per far uscire quel lato di noi, quanti si fermerebbero? Quanti si ricorderebbero che davanti hanno una persona e non un oggetto su cui sfogare la propria frustrazione?

E, poi, vorrei lasciare i lettori con una domanda aperta, alla quale vorrei si dessero una risposta personale:

L’uomo nasce buono o cattivo? E in relazione a questo, io chi scelgo di essere?


Bibliografia

Baron-Cohen S. (2011). La scienza del male. Raffaello Cortina Editore (2012).
Donise A. (2019). Critica della ragione empatica. Fenomenologia dell’altruismo e della crudeltà. Il Mulino.


Dott.ssa Lucia Marzano Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Lucia Marzano
Psicologa Clinica
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