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La vertigine di non sentirsi mai all’altezza

Un viaggio verso l’autentica accettazione della propria irripetibile essenza

Image by eleanor jane on Pexels.com


Come un’ombra sfuggente, il senso d’inadeguatezza segue molte persone nel corso della vita influenzando il modo in cui si vedono e si confrontano con il mondo: è quell’eco persistente d’incertezza che galleggia dietro ogni successo e ogni passo avanti.

Questo sentimento può trasformarsi in un compagno difficile da scacciare, influenzando le nostre scelte, i nostri obiettivi e la nostra capacità di relazionarci con gli altri.

Può tradursi nell’esitazione prima di compiere un passo avanti, il dubbio che s’introduce quando guardiamo dentro di noi o la sensazione di non meritare ciò che la vita ci offre. È quel respiro affannoso che si sperimenta nel cercare di compiacere gli altri, nella paura di non essere all’altezza delle aspettative, nelle maschere che indossiamo per nascondere il senso di non appartenere del tutto al mondo che ci circonda.

In un mondo sempre più interconnesso, un numero crescente di anime si ritrova immerso in questo cammino tortuoso. E’ nell’osservare questo diffondersi che possiamo comprendere la vastità di questa sfida.


Senso di inadeguatezza e lo standard inarrivabile: l’oppressione della perfezione

Infallibili, sicuri di noi stessi, capaci di gestire al meglio le nostre emozioni, apprezzati e ammirati dagli altri, essere completamente appagati dalla nostra vita.

Questi sembrano essere i nuovi standard della nostra società occidentale a quali aderire per sentirci veramente adeguati.

Sebbene, per esempio, la cultura orientale nipponica metta in risalto quelle forme di timore come strumenti per migliorarci, quella occidentale sembra non lasciar spazio all’apprendimento dagli errori o ai percorsi “non lineari” verso un successo. Figli di una società materialistica e che alimenta la cultura del successo immediato, ogni forma di paura ed indecisione diviene condizione debilitante e pura certezza del fallimento. Quest’ossessione per la perfezione e l’incapacità di accettare gli errori come parte del percorso di crescita limita la nostra capacità di imparare dalle sfide e di abbracciare la nostra umanità. Ciò che viene coltivato ed istillato all’interno di ognuno di noi è un profondo senso di inadeguatezza, un’epidemia che si diffonde in un numero sempre più crescente di persone. Questo perfezionismo imposto ci intrappola in una corsa senza fine verso un traguardo che non esiste, perché anche se si raggiungono determinati obiettivi, l’idea di “abbastanza” continua a sfuggire. In questa ricerca affannosa, i social network contribuiscono a svolgere un ruolo significativo nel confronto, se non scontro, con un ideale evanescente che amplifica il bisogno di apparire e il timore di essere giudicati dagli altri.


La costruzione soggettiva della realtà

L’individuo è creatore attivo della propria realtà. Vale a dire che il nostro accesso alla realtà non è mai diretto ed oggettivo, ma sempre soggettivo e mediato dai nostri processi percettivi. L’esperienza umana si origina e prende forma a partire dal nostro “sentirci vivere“. In nessun momento l’essere umano può prescindere dal suo punto di vista e la conoscenza sarà sempre il risultato di nostre interpretazioni. Questa percezione di noi stessi, che è alla base della nostra capacità auto-valutativa, influenza l’attenzione che prestiamo alle persone e agli eventi che ci circondano e che viviamo, cosa scegliamo di notare e come interpretiamo.

Tuttavia, se è dunque vero che ogni nostra percezione è una costruzione mentale plasmata per avvicinarla alle nostre credenze, è possibile affermare che nessuno di noi può fuggire a quei processi cognitivi, emotivi e percettivi che rientrano nella logica dell’autoinganno: la vita di tutti noi è piena di autoinganni.

Nell’ottica dell’autoinganno possono perciò rientrare quei processi che tendono alla sopravalutazione o alla sottovalutazione di se stessi rispetto agli altri o alla situazione in cui ci si trova.

Nel timore di non essere all’altezza, la persona stabilisce un “giudice” che possa affermare o meno la nostra adeguatezza ed il nostro valore. Questo giudice, al quale diamo il potere di definirci, può trovarsi dentro di noi o essere proiettato all’esterno, riflesso in persone specifiche o nel mondo in generale.


Il Giudice interno ed esterno: percorsi della percezione e dell’autoinganno

Saper individuare se il giudice è interno o esterno è la chiave per capire la varietà di paure che affrontiamo nel sentirci inadeguati.

Quando il giudice è riflesso negli altri, il senso d’inadeguatezza trova connessione con le dinamiche relazionali ed umane e costituisce una delle forme più complesse e dolorose di questo sentimento. Le interazioni con gli altri offrono un riflesso di come siamo visti dal mondo esterno, ma non dovrebbero essere l’unico specchio attraverso cui riflettersi e definirsi. Manca, in questo caso, una “pelle psicologica” che demarca il sentire in modo selettivo ed osmotico e che permette di essere parte di un contesto, ma non confusi con esso: il risultato è una condizione di estrema permeabilità all’altro ed un’identificazione in base a come si è stati trattati.

La paura del rifiuto, la paura del conflitto, la paura di esporsi e la paura dell’impopolarità sono alcune forme in cui si declina il senso d’inadeguatezza ed ognuna di queste paure coinvolge una sorta di esposizione a situazioni potenzialmente stressanti o minacciose, derivanti dalla possibilità di non essere accettati, compresi, apprezzati, di perdere l’approvazione o l’affetto delle persone a cui si tiene.

Quando il giudice è interno, invece, appare severo, impietoso e può trasformarsi in un vero e proprio inquisitore. Il presupposto sbagliato è che per essere adeguati sia necessario essere perfetti: la più piccola imperfezione viene vissuta come un’incolmabile inadeguatezza. Il perfezionismo diviene quindi un tentativo disfunzionale di controllare l’incertezza e il rischio insostenibile del fallimento. Le persone che lottano con il perfezionismo spesso si pongono standard irrealistici creando un ciclo infinito di autocritica, insoddisfazione e sensazione di non essere all’altezza, poiché si fissa un’asticella irraggiungibile. Ogni passo verso un obiettivo diventa un’opportunità per auto-criticarsi, piuttosto che celebrare i progressi fatti. Il paradosso è che il perfezionismo può diventare una gabbia dorata: nonostante la ricerca incessante della perfezione, si scopre che non si raggiunge mai appieno quel traguardo ideale. Ci si sente sempre inadeguati, anche se si raggiungono traguardi che dovrebbero soddisfare. Inoltre, il perfezionismo può essere paralizzante: la paura di fallire diventa così intensa che si evita di intraprendere azioni o si procrastina costantemente per paura che il risultato non sia perfetto.


Un viaggio verso l’autenticità

Se siamo disposti a liberarci dall’idea di una conoscenza assoluta e perfetta, possiamo iniziare ad abbracciare il fatto che la nostra comprensione del mondo è limitata e parziale, spesso distorta dalle nostre esperienze e prospettive uniche. Quando riconosciamo questa dotazione naturale, di per sé non sbagliata, accettiamo anche che può trasformarsi in una trappola se inizia a distorcere in maniera disfunzionale la nostra percezione della realtà. Non potendo evitare, possiamo imparare a gestirla e usarla a nostro vantaggio guidandoci nella direzione del benessere, anziché permettere che ci trascini senza controllo.

Un lavoro terapeutico funzionale consiste nell’aiutare a dare senso alle esperienze ed alle emozioni vissute dal paziente concentrandosi su una costruzione di un significato personale che integri una visione più autentica e positiva di sé. Nella pratica psicoterapeutica, l’autocompassione diviene uno strumento prezioso per permettere di adottare un atteggiamento più amorevole nei confronti di chi siamo, creando così uno spazio emotivo più positivo ed osservando le proprie emozioni con curiosità e gentilezza. Attraverso un approccio compassionevole verso sé, la persona ha la possibilità di comprendere l’autostima non un’entità statica, ma qualcosa che costruiamo passo dopo passo attraverso le esperienze che affrontiamo e che possiamo esplorare con fiducia e sicurezza.

Affrontare il senso d’inadeguatezza e la percezione di sé significa intraprendere un viaggio verso una connessione più profonda che conduce ad una preziosa scoperta: la comprensione e l’accettazione di chi siamo davvero abbracciando la bellezza delle nostre fragilità, riconoscendo e celebrando la nostra unicità.


Bibliografia

Luzzi, F. (2020); “La mente strategica: Strategie non ordinarie per vivere felici”; Lindau Editore.
Milanese, R. (2020); “L’ingannevole paura di non essere all’altezza”; Edizione Ponte alle Grazie.
Avveduto, S.; Paciello, M., L.; Arrigoni, T.; Mangia, C.; Martinelli, L. (2015) “Scienza, genere e società. Prospettive di genere in una società che si evolve”; CNR-IRPPS; e-Publishing; Roma.
Guidano, V. (1992); “Il Sé nel suo divenire”; Bollati Boringhieri; Torino.


Dott.ssa Eleonora Scancamarra Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Eleonora Scancamarra
Psicologa Clinica
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