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L’adolescenza nell’epoca della fragilità adulta [Parte 2]

La faticosa conquista della “posizione” adulta

Image by Vesta Rugilė Nausėdaitė on Unsplash.com


A conclusione della precedente riflessione scrivevo: “l’uomo è un essere desiderante che cerca la pienezza e la felicità. Ed è cercando questa felicità, questa pienezza, che ‘si prende cura di sé’, ossia si prende cura del suo essere desiderante, dando forma alla sua singolarità personale (alla sua singolare personalità). L’adolescente desidera intensamente di raggiungere la pienezza, l’autonomia, l’indipendenza, la realizzazione di sé”.

L’adolescente è, per definizione, l’umano intensamente desiderante.

Di qui la percezione tendenzialmente proiettata in avanti, nel futuro, del suo essere-gettato e del suo pro-gettare. Il processo di crescita dovrebbe far sperimentare all’adolescente un costante incremento “della capacità di essere e di agire” (per dirla alla Spinoza) e dovrebbe essere connesso a un’idea di concreta praticabilità e realizzabilità.

Quando la percezione del futuro non viene vista come “apertura di possibilità”, ma appare segnata da estrema incertezza o da “chiusure” (l’epoca delle passioni tristi, per citare Benasayag e Schmit), l’adolescente aumenta i suoi turbamenti e comincia a rischiare la depressione. In questa fase la presenza di adulti “consapevolmente realizzati” rassicurerebbe sulla possibilità del buon esito del processo.

Ma chi sono gli adulti “consapevolmente realizzati”? In prima battuta, possono essere definiti tali coloro i quali hanno fatto i conti con i propri limiti e sono stati capaci di superare battute d’arresto, sconfitte, frustrazioni. Quelli che sanno “per che cosa” vivere e per che cosa “vale la pena” di vivere.


La rivolta contro il padre

Nelle società tradizionali era tutta la comunità degli adulti che trasmetteva alle nuove generazioni il sistema di norme e valori che consentivano l’identificazione con il gruppo sociale e l’assunzione del ruolo adulto al suo interno. Il “padre” (anche nella psicoanalisi freudiana) incarnava questa figura, la “Legge”, la norma (la normalità), il modello di riferimento, ma anche il censore e “freno” delle esuberanze.

Gli adolescenti, nel processo di costruzione della propria identità, non possono non passare attraverso una fase di radicale messa in discussione delle norme e di chi le incarna (senza uccisione simbolica del padre non c’è interiorizzazione).

Storicamente, a partire dal 1968 e nei paesi industrialmente sviluppati, però, la rivolta contro il padre ha cessato di essere solo un processo interiore ed è diventata movimento storico-culturale, una vera e propria rivoluzione. Essa si è scagliata contro la figura del padre autoritario, il padre-padrone, il padre patriarca ed ha messo radicalmente in crisi i ruoli sociali e le modalità di realizzazione di sé, di essere adulti, sino ad allora dominanti, rifiutati in quanto repressivi e coartanti.

L’istanza autenticamente liberante e il desiderio di piena autonomia dei soggetti coinvolti in quella rivoluzione (non per nulla “giovanile”, studentesca, di soggetti adolescenti, in formazione) si è però accompagnata ad una tendenza pericolosamente incline a perseguire la soddisfazione immediata degli impulsi, equivocando tra la dura repressione e la necessaria “dilazione della soddisfazione del desiderio”, necessaria a confrontarsi consapevolmente con i propri limiti.


Il consumismo e il nichilismo

Questa tendenza alla soddisfazione immediata dei bisogni è stata perfettamente funzionale al pieno dispiegamento della mentalità consumistica. Il consumismo potrebbe essere definito la fase suprema del capitalismo, quella in cui il soggetto si pensa come mero “individuo” irrelato, dominato dal conatus, dall’appetito; in quanto “irrelato” tende a interpretare la propria realizzazione, la propria felicità, come possibilità di godimento immediato di ogni “cosa” (ivi comprese le altre persone ridotte a “oggetti di consumo emotivo”) che abbia “a portata di mano”, pensando di avere “diritto su tutto”.  Pensare di avere diritto su tutto è pensare di non avere limiti, e pensare di non avere limiti è una forma di delirio.

Pensare che la felicità e la realizzazione di sé consistano nell’avere sovrabbondanza di beni da consumare è radice soggettiva di quello che viene definito nichilismo: consumare è annichilire; l’homo consumens consuma (anche se stesso).


L’evaporazione del padre e la fragilità adulta. Il ruolo dei social

Recalcati e Lancini usano queste definizioni per caratterizzare il mood della nostra epoca; entrambi sottolineano come la critica all’autoritarismo ha finito per liquidare la stessa autorevolezza degli adulti, quell’autorevolezza che è necessaria alla crescita (auctoritas viene dal verbo latino augeo, far crescere).

Se la felicità e la realizzazione sono date dall’ampliamento del godimento e dei mezzi di soddisfazione, la vita e il tempo anche degli adolescenti devono essere riempiti: riempiti di oggetti e di attività che dovrebbero fornire “il massimo delle opportunità” e delle possibilità. Adolescenti con un’agenda da manager, che non si possono più permettere l’otium, quella inattività foriera di creatività e contemplazione.

L’homo consumens ha progressivamente consumato  i modelli culturali su cui strutturava la propria identità personale; non sa più bene “chi è”, perché vive; è diventato fragile, incerto;  sempre più  dipendente da quelle forme di socialità artificiale all’interno delle quali trova elementi per definire la propria identità: non solo gli adolescenti, anche gli adulti dipendono dai “social” (e chi programma gli algoritmi sa come offrire prodotti surrogatori di un’identità assente o carente: l’algoritmo che seleziona i suggerimenti di Facebook non è quello di TikTok). L’identità da social è, però, un’identità di superficie, proposta all’ammirazione, non alla “stima”. Chi non riesce ad avere una vita all’altezza degli standard di ammirazione dei social tende a disistimarsi, a frustrarsi.


Insegnare a vivere

Nelle società tradizionali l’adulto, il “padre” incarnava, per dirla ancora con Recalcati, “lo spigolo duro del limite”, sul quale andava ad infrangersi ogni tendenza delirante (ossia il pensarsi senza limiti) dell’adolescente: scontrarsi con il limite è fondamentale per diventare umani, ossia consapevoli delle proprie potenzialità reali. Senza questo scontro non si impara a dilazionare il godimento, a sopportare la frustrazione, a “stimare” (dare il “giusto” valore a) le cose, ad apprezzare il valore delle vittorie e a metabolizzare gli insuccessi. Il confronto con il limite impone il trascendimento e impedisce l’autoreferenzialità.

Nell’epoca della fragilità adulta, allora, bisognerà rintracciare una definizione minimalista di adulto autorevole: è adulto chi ha imparato a confrontarsi con i propri limiti; chi ha imparato questo è capace di “in-segnare”, letteralmente: indicare la via, anche ad altri. L’adulto autorevole è un “segnavia”, un “testimone”; non può sostituirsi a chi è chiamato a fare la strada da sé, ma può autorevolmente aiutarlo. Il mestiere dell’adulto è, e deve continuare ad essere, quello di insegnare a vivere, di indicare che la vita vale la pena viverla.

Ciò per cui vale la pena vivere è anche ciò per cui vale la pena di morire (e non può essere, certo, una challenge di TikTok).


Prof. Piergiorgio Sensi Autore presso La Mente Pensante Magazine
Prof. Piergiorgio Sensi
Docente di Scuola Secondaria e Universitario
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Prof. Piergiorgio Sensi Email LinkedIn

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