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Può la mente umana curare patologie organiche?

I fondamenti della Psico-Neuro-Somatica Integrativa (PNSI)

Image by Abishek on Unspalsh.com


Per decenni la psicologia clinica o comunque la psicologia moderna ha mantenuto una posizione prudente, talvolta eccessivamente difensiva, nei confronti delle patologie organiche. Al massimo, in genere, allo psicologo è stato concesso un ruolo di supporto: aiutare il paziente ad “accettare” la malattia, a ridurre l’ansia o la depressione reattiva, migliorare l’aderenza alle cure mediche, a convivere meglio con una condizione data come irreversibile.

Questa impostazione, pur comprensibile storicamente, ha causato però il mettere da parte le capacità della mente stessa, e quasi come se ce ne fossimo dimenticati, ha evitato una domanda ben più radicale e che per molti potrebbe essere scientificamente scomoda, quasi come se ce ne fossimo dimenticati: può la mente umana stessa intervenire sui processi biologici della malattia? E, se sì, fino a che punto?

Non si tratta di una domanda filosofica o spirituale: è una domanda clinica, neuroscientifica ed epistemologica, che emerge inevitabilmente dall’evoluzione delle neuroscienze, della psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), della medicina dei sistemi complessi e della psicofisiologia, come di tante altre discipline scientifiche, una questione clinica ed epistemologica che la psicologia contemporanea non può e non deve eludere. Ad oggi infatti la medicina dei sistemi complessi e altri campi che indagano il rapporto mente-corpo indicano chiaramente che mente e corpo non sono domini separati, ma parti di un unico sistema autoregolantesi (McEwen, 2007; Bottaccioli & Bottaccioli, 2020), cosa che tra l’altro è anche già storicamente conosciuta dalle medicine e dalle psicologie, diciamo così, antiche (il sottoscritto conosce meglio concetti di medicina e psicologia cinese, tibetana e indiana, ma si può verificare facilmente che in ogni cultura antica una parte spirituale è sempre stata presente in tecniche terapeutiche di malattie anche gravi).

Continuare a relegare l’intervento psicologico al solo contenimento emotivo significa  quindi continuare a confinare l’intervento psicologico al solo “sostegno emotivo”, significa ignorare una quantità crescente di storia da una parte e di evidenze scientifiche odierne dall’altra, e soprattutto, rinunciare a esplorare uno dei territori più promettenti della clinica contemporanea, quello degli effetti della mente sul corpo e quindi della cura della malattia stessa: la possibilità che specifici processi mentali influenzino direttamente la regolazione biologica, con effetti potenzialmente rilevanti sull’andamento delle malattie croniche.


Oltre il dualismo: la mente come variabile biologica

La Psico-Neuro-Somatica Integrativa (PNSI) nasce da una presa di posizione teorica chiara: la mente non è un epifenomeno della biologia, ma una sua componente funzionale, una funzione emergente con effetti biologici misurabili.

Nel quadro PNEI è ormai ampiamente documentato che processi psicologici quali stress cronico, emozioni persistenti, stili cognitivi rigidi e traumi relazionali influenzano il sistema nervoso, endocrino e immunitario attraverso mediatori condivisi: neurotrasmettitori, ormoni, citochine e neuropeptidi (Ader, 2007; Bottaccioli, 2015). Emozioni croniche, stress prolungato, schemi cognitivi rigidi e vissuti relazionali traumatici, ma anche tantissimi altri processi, producono modificazioni misurabili nei processi infiammatori, nella risposta immunitaria e nei meccanismi di adattamento allo stress.

I lavori di McEwen sull’allostasi hanno mostrato come l’attivazione cronica dei sistemi di stress non solo accompagni la malattia, ma possa contribuire attivamente alla sua cronicizzazione e progressione (McEwen & Gianaros, 2010). In questo quadro, possiamo comprendere bene come l’intervenire sui processi mentali non equivale a “consolare” il paziente, ma che lo psicologo è chiamato a intervenire a modulare fattori biologici reali, non elementi accessori o secondari.


Quando la clinica supera la teoria

La pratica clinica, spesso, arriva prima della teoria (la storia dell’approccio psicologico della terapia della fibromialgia ne è un esempio illuminante…).
In ambito medico sono non di rado (anzi) documentati casi di miglioramenti funzionali significativi, riduzioni sintomatologiche inattese e remissioni parziali non completamente spiegabili sulla base dei soli trattamenti organici (Benedetti, 2014).

La reazione dominante della medicina (e talvolta anche della psicologia) è stata storicamente quella di archiviare tali fenomeni come eccezioni, placebo, caso o coincidenze. Ma dal punto di vista scientifico questa posizione è debole: ciò che è osservabile, clinicamente rilevante e possibilmente ripetibile non può essere ignorato solo perché non rientra nei modelli dominanti.

La domanda scientificamente corretta non è se questi fenomeni “esistano” – dato che esistono e vengono osservati – ma se e quali processi psicobiologici li rendano possibili e se tali processi possano essere attivati in modo intenzionale, etico e clinicamente responsabile. E chiaramente, rimanendo nel realismo scientifico, fino a che punto essi possano arrivare.


Plasticità neurale e regolazione top-down

Uno dei pilastri teorici della PNSI è la plasticità neurale. Il cervello non è un organo statico, ma un sistema dinamico che si riorganizza costantemente in risposta all’esperienza (Kandel et al., 2021).

Pratiche mentali intenzionali – quali meditazione, ipnosi, immaginazione guidata, lavoro simbolico strutturato ed altre – possono essere comprese come strumenti di regolazione top-down, capaci di influenzare circuiti neurali coinvolti nella percezione del dolore, nella regolazione emotiva e nella risposta allo stress.

Le ricerche di Davidson e McEwen mostrano come specifiche esperienze mentali e relazionali modifichino l’attività di reti neurali legate alla resilienza e alla regolazione affettiva (Davidson & McEwen, 2012). In termini clinici, questo implica che modificando il funzionamento cerebrale si modificano anche i segnali inviati al corpo, inclusi quelli che regolano infiammazione, immunità e adattamento allo stress.


Meditazione: da pratica “innocua” a strumento clinico

Storicamente, la meditazione non è mai stata concepita come semplice tecnica di rilassamento (purtroppo oggi viene troppo spesso venduta come tecnica antistress…), ma come tecnologia della mente orientata alla trasformazione profonda dell’esperienza e, in molti contesti, è stata pensata come tecnica per le guarigione delle malattie.

La ricerca contemporanea sta iniziando a recuperare questa prospettiva. Studi controllati e revisioni sistematiche indicano sempre più che pratiche meditative strutturate sono associate ad esempio a modificazioni di marker infiammatori, della risposta immunitaria e di indicatori di invecchiamento biologico  (Black & Slavich, 2016; Epel et al., 2009).

È tuttavia essenziale sottolineare alcuni punti. Innanzitutto è necessario chiarire un punto cruciale: la meditazione non è una tecnica unica né universalmente indicata.
Dal punto di vista clinico, la sua efficacia dipende dalla congruenza con la struttura psicologica, corporea ed emotiva del singolo individuo. Alcune pratiche possono risultare regolative, altre invece destabilizzanti. Ci sono sempre più studi che evidenziano gli effetti collaterali delle pratiche meditative, e ciò indica molto chiaramente che devono essere insegnate e portate avanti da esperti in un percorso strutturato e diciamo protetto.

La seconda cosa da tenere sempre presente è anche quindi che tali pratiche non possono essere ridotte a protocolli standardizzati validi per tutti. Da una parte un certa metodica implica procedimenti e protocolli statistici sui grandi numeri (il che per il modello medico va bene), ma in psicologia non funziona esattamente così. Dal punto di vista clinico, la meditazione quindi funziona nella misura in cui viene adattata alla struttura psicologica, corporea ed emotiva del singolo individuo. Questo può anche rappresentare una sorta di limite per la ricerca sperimentale, ma una risorsa fondamentale per la clinica, che  richiede competenza, personalizzazione e responsabilità professionale. Starà quindi allo psicologo esperto indirizzare il paziente verso tecniche di meditazione adatte o funzionali per il paziente stesso.


Dolore cronico, fibromialgia e regolazione centrale

Il dolore cronico è oggi riconosciuto come un fenomeno in larga parte mediato centralmente. Studi di neuroimaging mostrano alterazioni delle reti cerebrali coinvolte nella nocicezione, nell’elaborazione affettiva del dolore e nella rappresentazione corporea (Apkarian et al., 2011).

In questo contesto, interventi psicologici centrati sulla regolazione emotiva, sulla consapevolezza corporea e sull’immaginazione guidata mostrano, nella pratica clinica, miglioramenti funzionali significativi, in particolare in condizioni come la fibromialgia, dove il confine tra organico e funzionale risulta ormai superato.

Condizioni come la fibromialgia hanno quindi contribuito a farci comprendere definitivamente il dualismo tra organico e funzionale, mostrando come la disregolazione centrale giochi un ruolo chiave nella persistenza del dolore.
In questo contesto, interventi psicologici mirati alla regolazione emotiva, alla consapevolezza corporea e all’immaginazione guidata mostrano, nella pratica clinica, miglioramenti funzionali significativi.


La PsicoNeuroSomatica Integrativa (PNSI) propone quindi un cambio deciso di paradigma: dato che ad oggi dovremmo avere ben capito che mente e corpo non sono due entità divise e separate, lo psicologo non è più soltanto colui che aiuta il paziente a “sopportare” la malattia o a convivere con essa, ma un professionista preparato che può intervenire specificatamente sui sistemi di regolazione psicobiologica.

Questo non significa promettere guarigioni (nessuno può mai realmente promettere nulla), né sostituirsi alla medicina. Significa assumersi la responsabilità scientifica di esplorare il meglio possibile, con rigore e prudenza, una possibilità ancora largamente sottovalutata: che la mente, adeguatamente allenata e guidata, possa contribuire non solo all’adattamento alla malattia, ma anche alla sua modulazione e, in alcuni casi, al recupero funzionale.


Conclusione: una domanda non più eludibile.

La domanda resta aperta – ed è giusto che lo sia: può la mente umana curare patologie organiche? Probabilmente sì, almeno in parte. Fino a che punto? Non lo sappiamo ancora.

Ma ciò che oggi non è più scientificamente accettabile è rifiutarsi di porre la domanda.

In un’epoca in cui le malattie croniche rappresentano una delle principali sfide sanitarie, integrare seriamente mente e corpo non è un atto ideologico, bensì una necessità scientifica.  La Psico-Neuro-Somatica Integrativa nasce esattamente qui: nel punto in cui la psicologia smette di difendersi e inizia, finalmente, a interrogarsi.


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Dott. Alessandro Mahony Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Alessandro Mahony
Psicologo
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