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Il bisogno di appartenenza e quello di autorealizzazione

Quanto è difficile affermare sé stessi con la paura di deludere gli altri


Quanto è difficile affermare sé stessi sapendo che potremmo deludere gli altri? Ti ritrovi mai ad avere pensieri del tipo?

  • Forse non dovrei farlo perché potrei deluderli.
  • Prendermi una pausa ora è da egoisti.
  • Anche se non mi va lo faccio, altrimenti pensano che sia quello strano.

A seconda del tuo percorso di vita e delle tue esperienze pregresse la risposta sarà sì. Per tanti immagino che sia così.

In fondo tutti desideriamo, sempre e in qualsiasi situazione, appartenere, sentirci parte di un gruppo o all’interno di una relazione.

Lo desideriamo anche quando questo significa mettere da parte noi stessi e dire no a ciò che veramente siamo o vogliamo.

“Quando ho iniziato a capire che non c’erano regole e che il mio percorso non doveva assomigliare a quello di tutti gli altri, mi sono rilassato e tutto il mio mondo si è aperto”. – Brian Benson

In questo articolo vorrei invitarti a riflettere su come il naturale bisogno di appartenere e creare legami con gli altri possa a volte prendere il sopravvento sull’altro bisogno fondamentale che tutto noi abbiamo, ovvero quello di realizzare noi stessi e poter essere spontanei nell’esprimere ciò che veramente siamo e vogliamo.


Tutti abbiamo il bisogno di ‘appartenere’

Cosa significa voler appartenere?

Molti di voi avranno visto almeno una volta nella vita la celebre piramide dei bisogni di Maslow.

Ecco, proprio nel mezzo di questa piramide, tra i bisogni sociali, si trova il bisogno di appartenenza, ovvero di affetto, amore, relazioni amicali, intimità, di sentirsi parte di un gruppo o di una relazione.

Come descrive Maslow nella tua teoria, in quanto esseri umani, abbiamo il bisogno innato di appartenere.

Sebbene questo bisogno non rientri tra quelli di base (ovvero quelli fisiologici e di sicurezza che si trovano alla base della piramide), è comunque un bisogno fondamentale per la nostra esistenza, non un optional.

Io ho il bisogno profondo di appartenere e anche tu. Tutti noi.

Da bambini e adolescenti riceviamo più o meno consapevolmente messaggi su cosa dovremmo fare o come dovremmo comportarci per essere accettati, per sentirci parte di una famiglia, o di ogni altro gruppo significativo.

Capita che riceviamo messaggi come quello per cui essere meno bisognosi o mostrarci diversi da ciò che veramente siamo, sia un buon compromesso al fine di ottenere attenzione e affetto, per esempio da parte dei nostri genitori o delle figure che riconosciamo come tali.

Che ne siamo consapevoli o meno, la domanda che continuiamo a farci è questa:

Cosa devo fare perché continuino ad volermi bene?‘ oppure, come posso comportarmi per non perdere questa persona?‘.

Per alcuni, una delle risposte a questa domanda può essere:

“Devo essere più magra. Le persone mi vorranno intorno molto di più se sarò magra”.

Oppure ancora:

“Devo mangiare di meno. I dolci sono per chi già è magro. Sino a quando non perderò peso non piacerò a nessuno”.

Andando oltre la dimensione del rapporto col cibo/corpo, scopriamo che questo stesso desiderio di essere ben voluti, considerati ed accettati si estende a tutte le aree della nostra vita.

È presente, per esempio, quando facciamo fatica a condividere quello che veramente pensiamo con un’altra persona per paura di deluderla o contraddirla.

Quando non scegliamo di spendere il nostro tempo per fare ciò che veramente ci piace perché riteniamo sia stupido e cerchiamo di adattarci sempre e solo alle preferenze di chi ci sta intorno.

Ecco, in questi casi siamo tutto tranne che stupidi, perché di fondo è l’innato desiderio di appartenenza che ci porta a farci da parte, a non lasciare che ciò che siamo e ciò che ci interessa veramente emerga e faccia parte delle nostre scelte.

In qualche modo ci protegge dalla paura di essere rifiutati, discriminati, ridicolizzati o contraddetti.


La solitudine del non poter esprimere pienamente se stessi

Il problema nasce quando questo compromesso sull’essere noi stessi è una costante e facciamo troppo spesso fatica a “tornare a casa” da noi stessi, sacrificando la nostra spontaneità per quello che può far star bene gli altri o perlomeno, non farli sentire a disagio in nostra presenza.

Ancora, il problema si amplifica quando per anni continuiamo ad andare avanti dimenticandoci di noi stessi, mettendoci sempre all’ultimo posto, o nascondendoci dal mondo, e continuando a ripeterci che ‘dopotutto non è questo grande sforzo’.

Ti ritrovi in questa descrizione che ho appena fatto?

Non sorprende il fatto che molta della solitudine che viviamo oggi da giovani adulti e adulti non derivi dall’assenza fisica di qualcuno a qualcosa, quanto piuttosto dal desiderio di voler prendere una strada diversa, coltivare interessi e passioni diversi rispetto alla massa, mettersi obiettivi e avere aspirazioni che non coincidono con quelle delle maggior parte delle persone.

Questo spiega anche perché il processo di scoperta delle cose che contano di più per noi può essere complicato, poiché lo percepiamo (almeno inizialmente) come una minaccia alle nostre possibilità di appartenenza; di rimanere parte di un gruppo consolidato di affetti o di conoscenze.

Possono esserci sconforto e delusione su cui lavorare quando arriviamo a questo punto di autorealizzazione e iniziamo a permetterci di esistere e di occupare spazio.


‘Tornare a casa’ da sé stessi 

Di recente ho fatto la bellissima esperienza di facilitare un gruppo per donne animate dal desiderio di lavorare sul loro rapporto conflittuale con il cibo e con il loro corpo.

Una delle realizzazioni più belle e ricche di valore che è venuta fuori dal lavoro col gruppo è stata questa:

È una sensazione meravigliosa quella di sentirsi in armonia con ciò che siamo e iniziare la giornata sapendo di poter essere sé stesse, senza doversi nascondere o indossare una maschera.

Per diverse di loro si tratta anche e soprattutto della libertà di fare scelte diverse dal passato senza aver paura di deludere gli altri. O ancora della decisione consapevole di mostrarsi al mondo anche quando non si ha un corpo conforme agli standard di bellezza che la società ci impone.

Questa sensazione a me piace descriverla un po’ come un “tornare a casa“, un tornare in un posto familiare del quale avevamo tanta nostalgia dopo esserne stati lontani per molto tempo.

Mi fa anche pensare alle testimonianze che ho ascoltato diverse volte in cui una donna (ma sono più che certa che tutto ciò si applica anche agli uomini) ha condiviso l’esperienza ripetuta e protratta nel tempo di fare scelte diverse da quelle che realmente voleva.

Perché? Per il desiderio di appartenere e sentirsi accettata di cui parlavamo.

Per adattarsi alle aspettative della famiglia, agli amici, a un nuovo partner, all’ambiente di lavoro.

Per essere certa di non perdere la fiducia e l’affetto delle persone care. O ancora, per paura che, calando la maschera non sarebbe mai stata ‘abbastanza’ per essere accettata.

Il cibo rientra spesso in questo quadro e ne fa da cornice. In che modo?

Permette di anestetizzare il dolore o la frustrazione, di distrarsi e non pensare alla continua rinuncia a sé stessi, di sfogare la stanchezza e il bisogno di esprimere qualcosa.

Ma a quale costo?


Questo sono io e questo è ciò che voglio per me

Voglio lasciarti qui sotto alcune riflessioni e domande che sono state utili al gruppo in questione, nella speranza che possano aiutarti nel percorso di “ritorno a te stesso/a“.

Sono queste:

  • E se fossi già abbastanza così come sei?
  • Se fossi degno/a di attenzione e appartenenza senza doverti adattare a degli schemi particolari (vedi per esempio l’essere magro)?
  • E se avessi il diritto di mangiare quello che ti piace, indipendentemente dalla taglia che indossi?
  • Cosa cambierebbe se pensassi che volere qualcosa di diverso dalla massa non fosse sbagliato o egoistico, ma piuttosto un modo di vivere meglio?
  • E se concedendo a stesso/a il permesso di ‘dire di no’ o di essere ‘egoista’, insegnassi anche alle persone intorno a te la libertà di fare lo stesso?

Inizia a prenderti i tuoi spazi. Incomincia a dire qualche no. Condividi più spesso ciò che pensi.

Non essere sempre presente e disponibile per tutti se questo non è ciò che vuoi.

Probabilmente questo percorso di cambiamento richiederà qualche aggiustamento, specialmente nelle tue relazioni.

Potrebbe anche segnare la fine di alcune relazioni.

Questa è forse la parte difficile nel percorso per riportare equilibrio tra il bisogno di appartenenza e quello di spontaneità/autorealizzazione.

Alcune persone, infatti, si sentiranno a disagio o persino frustrate dal tuo cambiamento, quando non farai ciò che hai sempre fatto o non sarai presente e disponibile come tuo solito.

Tuttavia, la buona notizia è che ci saranno anche molte altre persone che continueranno ad esserci e rispettarti per le tue scelte.

Se al momento non hai nella tua vita molte di queste persone, inizia a cercarle. Esistono, te lo posso assicurare.

Infine, mi piacerebbe sentire da te come hai affrontato il percorso complicato e talvolta confuso per arrivare a mostrare maggiormente ciò che sei.

Se hai voglia di condividerlo con me, contattami.

Buon percorso!


Dott.ssa Donatella Porceddu Autrice de La Mente Pensante
Dott.ssa Donatella Porceddu
Psicologa | Binge-Eating Coach
Bio | Articoli
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