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Liberarsi dalla prigione dei ruoli

Quando diventa disfunzionale l’eccessivo attaccamento ad un ruolo


Rispettare la nostra vera natura

Molti di noi sono stati condizionati a soddisfare le aspettative degli altri piuttosto che ad essere guidati e supportati nella ricerca dei propri talenti e, conseguentemente, nella strada da perseguire.

Se fin da piccoli non siamo sostenuti e incoraggiati a scoprire la nostra individualità nella sua unicità rischiamo di sviluppare un profondo senso di inadeguatezza, arrivando a dubitare della nostra capacità di ‘stare’ al mondo.

Senza la fiducia interiore, cioè la fiducia che abbiamo in noi stessi e nelle nostre capacità, non sviluppiamo il senso di chi noi siamo.

Diventa fondamentale imparare ad ascoltarsi.

Quando facciamo qualcosa che conosciamo, quando esprimiamo il nostro vero sé il nostro cuore ne trae una incredibile sensazione di benessere.

Non si tratta “di riflettere” ma “di sentire“.

E’ qualcosa che nasce da dentro di noi, dirompente e gioioso; non nasce dalla mente, in quanto spesso ingannevole perché agisce su ricordi, giudizi, paure e messaggi che abbiamo ricevuto in passato dalla nostra famiglia e non solo.


Di che ruolo sei?

Oltre ad essere stati condizionati ad interpretare ruoli che non ci appartengono e investiti da altrui aspettative, ci è stato anche insegnato a credere che i ruoli che assumiamo definiscano chi siamo.

Per esempio il ruolo professionale, ossia il ruolo che assumiamo nella società, ci sostiene, ci rappresenta quasi completamente, rende granitiche le nostre convinzioni e determina il “chi sono” ai nostri stessi occhi e agli occhi degli altri.

Ma quanto è insidiosa questa identificazione?

Descrivere noi stessi con ciò che facciamo non solo è limitante ma molto pericoloso, poiché nel momento in cui ci troviamo nella condizione di non poter esercitare la nostra professione ci sentiamo svuotati, persi e privi di significato.

Possiamo rimanere intrappolati in specifici ruoli anche in una relazione sentimentale.

Molto spesso le coppie entrano in conflitto per il ruolo che ciascun partner assume nella relazione, ruolo che ogni singolo individuo “eredita” dalla sua storia personale e che ripropone come un copione ripetitivo in ogni relazione.

Una dinamica relazionale di coppia molto diffusa è per esempio quella che si instaura tra un partner che ricopre il ruolo del genitore e l’altro da figlio.

Il partner che assume il ruolo genitoriale può sviluppare la tendenza a comandare, dirigere, diventare ipercritico e più in generale manifestare un senso di superiorità.

Al contrario, chi assume il ruolo del figlio tenderà a svalutarsi, sentirsi più insicuro, incapace ed emotivamente debole.

Lo sbilanciamento dei ruoli assunti genera spesso incomprensioni e malcontento per questo diventa fondamentale prendere in esame i comportamenti specifici legati alla dinamica relazione-figlio.

Riconoscere il proprio schema significa avere la possibilità di lavorare sul comportamento da attuare per avere una relazione più sana ed equilibrata.

Un’altra veste nel quale spesso ci si identifica è quella del “buon samaritano, la persona buona e generosa che ha una forte spinta ad aiutare, insegnare, dispensare consigli a volte anche non richiesti.

Intendiamoci non c’è nulla di sbagliato nel dare aiuto, anzi, ma può diventare un problema l’intervento compulsivo.

A volte infatti la propensione ad aiutare gli altri è un modo per occuparci della vita altrui per non occuparci della nostra.

Preferiamo non vedere e non dare voce a tutto ciò che non va nella nostra vita.

Un ruolo che può diventare pericoloso non solo per se stessi ma anche per gli altri.

Nei confronti di noi stessi è come se attuassimo un atto di sabotaggio poiché i primi che abbiamo il dovere di aiutare siamo noi stessi.

Nell’aiutare gli altri invece si potrebbe facilmente incorrere nel rischio di proiettare le proprie problematiche irrisolte, proponendo soluzioni che NOI crediamo essere adatte a loro ma che in realtà potrebbero danneggiarli.

Un altro ruolo molto comune è quello della vittima.

Identificarsi in questo ruolo significa avere una attitudine prevalentemente negativa su molti degli aspetti della vita.

La vittima è molto spesso arrabbiata o nell’accusa e nella lamentela.

Lo status di vittima è a volte talmente stratificato che sarebbe impossibile una volta identificatisi in questo ruolo, pensare a come sarebbe la vita altrimenti.

E poi c’è ancora il ruolo del controllore o tiranno. Dietro il ruolo di controllo si nasconde in realtà un profilo difensivo.

Una grande paura di affrontare la propria vulnerabilità.

Il controllo ci dà potere perché ci permette di gestire e controllare ogni aspetto dell’ambiente che ci circonda.

Il controllore tende a costruirsi delle difese per respingere e gestire la paura che provoca dolore.

Mi è capitato di lavorare con persone che non hanno mai vissuto una relazione intima senza sentirsi totalmente in controllo, modalità che si traduce nel soffocamento delle emozioni.


Come possiamo liberarci da questo attaccamento ai ruoli?

Trovare il coraggio, da soli o con l’aiuto di un professionista, di comprendere e vivere ciò  che è vero per noi e non ciò che ci si aspetta da noi.

  • Scoprire che non siamo il ruolo che interpretiamo;
  • Riconoscere come siamo indentificati in quel ruolo;
  • Ascoltare come ci sentiamo dentro quando siamo in un determinato ruolo e siamo attaccati ad esso;
  • Sentire come ci relazioniamo agli altri e come gli altri si relazionano a noi quando siamo in quel ruolo.

Immaginate tre ruoli predominanti che assumete nella vita di tutti i giorni.

Chiedetevi cosa vi piace e cosa non vi piace di ciascun ruolo. Vi sta bene stare in questo ruolo, lo avete scelto consapevolmente o è qualcosa che state facendo per compiacere gli altri?

Qual’ è la gratificazione che invece voi ottenete nell’interpretare quel ruolo?


In conclusione

Dobbiamo tenere presente che ogni ruolo genera un nostro specifico comportamento nei confronti di tutti coloro che ci riconoscono in quella funzione, le reazioni saranno conseguentemente adeguate al personaggio con il quale siamo identificati in quel momento.

In alcuni momenti è senz’altro necessario e appropriato assumere determinate funzioni ma occorre ricordare che l’attaccamento eccessivo o l’identificazione rischiano di disconnetterci da noi stessi e dagli altri.

Raffaella Lione Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Raffaella Lione
Counselor Relazionale
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